CAB Massari, l’innovazione si fa in campo

Le origini della CAB Massari risalgono alla fine del XIX secolo, nelle lotte per liberare i lavoratori agricoli dal giogo di mezzadri e latifondisti nel triangolo fra Massa Lombarda, Conselice e Lavezzola. Siamo alle radici dell’agricoltura sociale, nel cuore di un’esperienza unica al mondo.

La storia iniziata nel 1890 si incrocia con quella degli scariolanti e delle bonifiche del basso polesine, prosegue ininterrotta nonostante le devastazioni del ventennio fascista e giunge fino a noi tra aggregazioni e fusioni con altre cooperative vicine. Oggi la Massari (il nome viene dal duca ferrarese da cui vennero acquistati i terreni nel 1919) dispone di 2.450 ettari, di cui 2.400 di proprietà. L’80% è in provincia di Ravenna, il resto è nel territorio di Ferrara con una propaggine a Medicina, nel bolognese. I soci attivi sono un centinaio con un monte salari e stipendi di oltre 2 milioni di euro.

 

Giampietro Sabbatani, 58 anni, è il nuovo direttore della CAB Massari di Conselice. Proviene da Terremerse, dove per quasi 30 anni ha sviluppato una competenza a 360 gradi nella parte tecnica e commerciale. «Mi hanno cercato il Presidente Gabriele Tonnini e il precedente direttore Luciano Pula. Il passaggio è avvenuto in totale armonia, con il “placet” del presidente di Terremerse Marco Casalini», sottolinea Sabbatani. «È una scelta di vita: mi stimola molto tornare a occuparmi del settore primario e conoscevo bene CAB Massari. Chi mi ha preceduto ha fatto un ottimo lavoro in termini di innovazione, produzione e risultati. Possiamo competere con tutti».

 

Che realtà ha trovato in CAB Massari?
Una realtà molto diversificata in termini di produzioni: oltre alle produzioni agricole e ai cereali abbiamo 83 ettari a vigneto, 60 di frutteto, 60 di pomodoro da industria, 50 di patate e cipolle, poi sementi ed erba medica. Quasi un quarto dell’ettarato è coltivato in modo biologico. Si tratta di una realtà molto complessa, diversa dalla conduzione tradizionale. In termini di estensione siamo secondi solo ad Agrisfera.

Cosa ha fatto la cooperativa negli anni per diversificare le produzioni?
Molte cose. Dal 2012 è stato impiantato un biodigestore alimentato con mais trinciato di nostra produzione. Nel 2016 la stalla, che dispone di 280 capi, è stata interamente convertita al biologico: una strada obbligata perché la produzione di latte era in perdita. Poi c’è l’attività agrituristica, che rappresenta il 10% su un fatturato di 10 milioni di euro ed è inserita in un ambiente naturalistico di grande valore. Al suo interno viene esercitata la ristorazione, c’è un’azienda faunistico-venatoria molto apprezzata, i laghetti di pesca sportiva e un’attività di tiro a volo, gestita da una società esterna.

Qual è stato l’andamento del 2016?
Complessivamente positivo, pur fra luci e ombre. L’anno precedente era stato pessimo a causa del clima, con alluvioni e grandinate. Nel 2016 invece abbiamo avuto produzioni di tutto rispetto e torniamo in utile, cosa che ci consentirà anche di riconoscere il ristorno ai soci. Il 2017 si presenta bene ai blocchi di partenza, ma i cambiamenti climatici si sentono: ormai dobbiamo fare i conti con l’alternanza tra periodi di siccità molto lunghi e precipitazioni brevi e imponenti.

Cosa ha funzionato nelle vostre strategie?
Prima di tutto la scelta di puntare sul biologico: Terremerse e Apofruit hanno riconosciuto prezzi di liquidazione importanti, mentre la frutticoltura convenzionale soffre. Fanno fatica le aziende agricole a conduzione diretta, figuriamoci noi che come cooperativa retribuiamo i soci lavoratori applicando pienamente le tariffe previste dal contratto di lavoro del settore.

Quali le ombre, invece?
Siamo rimasti coinvolti come fornitori nella crisi di Ferrara Food per il pomodoro da industria. Per fortuna riusciamo ad assorbire un danno da quasi 100mila euro e a chiudere comunque un bilancio positivo.

Per il biodigestore avete investito 5 milioni di euro: con quali risultati?
Molto buoni, la marginalità netta è importante, per cui col senno di poi possiamo dire di avere fatto bene. Non acquistiamo nulla di quello che serve, questo ci dà un valore aggiunto notevole, perché producendo energia non siamo legati agli alti e bassi del mercato.

Com’è il rapporto con il mondo del credito?
Siamo riusciti ad approfittare del calo di interessi sui mutui e abbiamo rinegoziato la partita finanziaria con le banche, risparmiando oltre 100mila euro in oneri passivi. Ci ha dato una buona mano anche l’abolizione dell’IMU sui terreni agricoli.

Quali obiettivi vi ponete?
L’obiettivo principale è quello di cercare di accorpare ulteriormente l’azienda per ridurre i costi di spostamento all’interno dei poderi. Vogliamo vendere i poderi più piccoli per costruire blocchi più omogenei, senza diminuire l’ettarato complessivo. Visto che conduciamo terreni e dobbiamo pagare i salari per noi è importante mantenere superfici importanti.

Il vostro cda ha un’età media sotto i 40 anni: è un valore aggiunto?
È un fattore distintivo per l’azienda che sarebbe già significativo di per sé, ma ora è diventato anche importante per accedere ai contributi del piano di sviluppo regionale. Le ultime programmazioni non hanno agevolato i nostri territori e solo per il rotto della cuffia siamo riusciti a beneficiare delle provvidenze per l’agroambiente, grazie anche al punteggio ottenuto con la valorizzazione dei giovani.

Cosa chiederebbe alla politica?
Di riconoscere la distintività delle CAB: non può diventare penalizzante il fatto che siamo stati tra i primi a puntare su produzioni integrate e biologico.

 

a cura di Emilio Gelosi – tratto dal n.5/2017 della Romagna Cooperativa

DESCRIZIONE ATTIVITA'

La CAB Massari è una cooperativa di conduzione terreni (produzione/lavoro). La CAB Massari rappresenta una realtà importante nella provincia di Ravenna, insieme alle altre CAB, che sono oggi complessivamente sette , conducono circa 15.000 ettari di terreno pari al 12-13% della Sau provinciale. Esse hanno svolto in passato un ruolo primario nella bonifica dei terreni oltre che alla creazione del reddito per numerosi nuclei famigliari, alla conservazione e lo sviluppo territoriale, sociale ed economico della Bassa Romagna.