Etica e valori: l’intervento di Mario Mazzotti in memoria di Massimo Matteucci [foto] [pdf]

Pieno successo per il convegno che si è svolto martedì 21 novembre alla Camera di Commercio di Ravenna per ricordare l’impegno di Massimo Matteucci ai vertici della CMC e nel Movimento cooperativo e per interrogarsi sull’attualità dell’etica e dei valori cooperativi.

All’incontro sono intervenuti il Presidente della Camera di Commercio Natalino Gigante, il Sindaco di Ravenna Michele de Pascale, il Presidente di Cmc Alfredo Fioretti, il Presidente di Legacoop Emilia-Romagna Giovanni Monti, Mario Mazzotti Direttore Generale di Legacoop Romagna e Aldo Soldi, Direttore Generale di CoopFond. Ha concluso l’incontro il Presidente nazionale di Legacoop Mauro Lusetti.

Di seguito pubblichiamo l’intervento del direttore generale di Legacoop Romagna, Mario Mazzotti.


 

Buongiorno a tutti,

Mi unisco ai saluti al Sindaco, al Prefetto, ai tanti cooperatori presenti che hanno voluto essere qui con noi, anche da altri territori.

Verrebbe naturale, in questa occasione, iniziare la riflessione rivolgendosi in prima persona a Massimo. È troppo profonda la ferita ancora aperta. L’incredulità della sua assenza nelle innumerevoli iniziative e occasioni è viva in tutti noi.

Ci sembra ancora impossibile che se ne sia andato.

Del resto, Massimo Matteucci ha vissuto la sua vita con la capacità di essere punto di riferimento per tutti. Lo è stato per la sua famiglia, per la sua città, per CMC, per Legacoop e per tutto il movimento cooperativo.

Sento viva la necessità di ripeterlo: proviamo forte più che mai la sua mancanza. Potrei, potremmo spendere molte parole per descriverlo, sapendo che non ci sarebbero parole adeguate e sufficienti per chi ha avuto la fortuna di conoscere il suo valore da vicino.

Noi cooperatori romagnoli e di Ravenna abbiamo avuto questa fortuna.

C’era un tema che lo appassionava da sempre ed è il motivo per cui oggi siamo qui riuniti. Un tema alto, a cui aveva ispirato quella profonda etica che lo guidava.

Perché ci diciamo cooperatori? Per cosa ci impegniamo? Quali sono le ragioni per cui, dopo più di cento anni, una forma di impresa tanto antica come la cooperativa è ancora così moderna? Quali sono i valori che deve abbracciare chi vuole dirsi cooperatore?

Ne abbiamo parlato a lungo, insieme. Un pezzo di quella risposta, molto importante lo troviamo nella sua vita. Nel modo in cui Massimo Matteucci decise di viverla. Ragioni etiche, ragioni valoriali, ragioni politiche e sociali. Ma soprattutto ragioni umane.

Primo punto: noi non siamo solo un gruppo di imprese. Le imprese per noi sono strumenti, non fini. Non siamo solo le norme che ci regolano, più o meno favorevoli. Le norme cambiano.

Non siamo nemmeno quei principi che troviamo scritti nei manuali. Concetti fondamentali: intergenerazionalità, una testa un voto, indivisibilità degli utili. Ma anche le parole si innestano nella Storia come significanti. Il significato lo diamo noi, con quello che facciamo. Non siamo nemmeno, per quanto importante, l’articolo 45 della Costituzione, che resta il più alto riconoscimento morale, giuridico e politico delle nostre peculiarità.

Noi siamo un movimento: il movimento cooperativo. E vogliamo continuare a esserlo.

Un movimento è fatto di persone, ancor prima che di imprese. Sono le persone che si muovono e che muovono le cose. Sono le persone, donne e uomini, che decidono di condividere un percorso. Sono le persone che decidono di fare impresa seguendo dei valori, sottoscrivendo un patto, investendo su se stessi e al tempo stesso sugli altri. Costruendo un progetto di comunità e di responsabilità, impegnandosi per far crescere la ricchezza e per dividerla equamente.

Massimo queste cose le sapeva bene e per questo ha dedicato la vita alle persone. Questo è uno dei motivi per il quale è stato tanto amato e lo dimostra il fatto che oggi siamo in tanti qui a ricordarlo.

Cooperare significa “fare insieme”. E per farlo bene bisogna partire sempre dall’incontro tra le domande e i bisogni sociali della gente. Prima di tutto, il lavoro. Il lavoro come paradigma e come occasione di riscatto sociale e di liberazione. E col lavoro la dignità della persona.

Quanta modernità in questo semplice concetto! Ed è particolarmente importante averne contezza proprio di questi tempi.

Questi sono stati gli anni nei quali ci si è illusi che il pensiero unico, il neoliberismo – spesso mascherato di riformismo – e concetti come la centralità dell’impresa e l’onnipotenza dei mercati, da soli potessero garantire crescita e sviluppo alle nostre società. Anche il movimento cooperativo, come tanti altri soggetti associativi e politici, non è rimasto indenne al richiamo di queste sirene. Dobbiamo reagire e quindi essere parte attiva nel rinnovamento del nostro bagaglio culturale e ideale, che resta un riferimento per affrontare la modernità.

Per farlo abbiamo bisogno di visioni lunghe, di un nuovo pensiero, che sia in grado di ricollocare al centro di un nuovo orizzonte il tema dell’uguaglianza, delle pari opportunità e della democrazia come valore universale.

Una di queste è la democrazia cooperativa, da consolidare e rafforzare. Essere pari tra pari, una testa un voto. Ce lo ha ricordato sempre, da grandissimo dirigente cooperativo quale era, proprio Massimo Matteucci.

Ci ha ricordato che non ci sono scuse: la ragione prima è sempre la persona. Anche nelle decisioni più difficili. Ai soci delle cooperative va fatto esercitare pienamente il proprio ruolo, ne va valorizzato il compito, si va avanti insieme a loro.

Questo non significa che la democrazia, anche cooperativa, non sia fatta di regole e meccanismi che occorre rispettare, a sua stessa tutela.

Quello che fa la differenza è sapere che ci sono state e ci saranno sempre persone come Massimo Matteucci. Che ascoltano il contributo di tutti e poi decidono. Perché sanno che questa è la responsabilità che è loro affidata.

Non è facile. Lui lo ha sempre fatto con saggezza e cognizione di causa.

Non è scontato.

Lo sappiamo bene noi, che siamo i figli di chi ha lottato per avere questo diritto. Da poco abbiamo concluso le celebrazioni del 130esimo di Legacoop. Proprio qui a Ravenna, l’8 aprile del 1883, nacque la prima cooperativa di lavoro di questa terra. C’è una targa che ricorda quel passaggio storico. Dalla storia di tutti questi anni dobbiamo trarre le ragioni per corrispondere a nuovi bisogni. Dobbiamo sapere cogliere le nuove esigenze di una comunità e di un mondo del lavoro che è profondamente cambiato.

Questa è un’altra cosa che vogliamo imparare da Massimo, dalla sua vita e dalla sua esperienza: la capacità di compiere analisi dure, in momenti difficili, senza essere succubi di un pensiero ideologico dominante.

I cooperatori competono nel mercato, sapendo che il mercato non è la panacea di tutti i mali. Abbiamo l’ambizione di stare sul mercato senza accettarne gli aspetti deteriori. Di poter essere un elemento di regolazione, per attenuare le differenze e le disuguaglianze.

L’innovazione che ci ha insegnato Massimo Matteucci è questa.

Non esiste un pensiero unico del capitalismo a cui obbedire. Non è la finanza, e neppure l’ideologia dell’impresa e della sua tecnocrazia il centro attorno a cui tutto deve ruotare. Il fine sono le persone. Sempre.

Se non tornano le persone, i conti non tornano mai.

In questa riflessione Massimo è stato impegnato in prima persona fino all’ultimo, come presidente della apposita commissione regionale sulla governance cooperativa, un grande lavoro di innovazione e di rinnovamento che siamo ora tutti impegnati a concludere positivamente. Un grande lavoro che rappresenterà per le imprese cooperative una occasione di rilancio e di consapevolezza delle modalità con cui si fa impresa, si crea lavoro, si consolida il rapporto con le basi sociali e con i lavoratori, dispiegando appieno il ruolo della cooperazione come strumento per la coesione sociale.

Un altro elemento a cui Massimo teneva moltissimo era il rapporto con il territorio e i soci. La relazione, cioè, con le sue radici.

Ci sono tante domande a cui abbiamo cercato risposta insieme. Una di queste era: come si coniugano territorialità e internazionalizzazione dell’impresa? Non c’è contraddizione tra essere una grande impresa che sta sui mercati globali ed essere una cooperativa. Chi dice che la ragione sociale dell’impresa ne determina la dimensione e la proiezione compie un errore gravissimo.

E’ chiaro che l’esperienza delle grandi cooperative come CMC – che lo voglio ricordare rappresentano un patrimonio dell’economia nazionale, e non solo dei propri soci – richiama la necessità di affrontare il tema del rapporto tra l’impresa e il mercato finanziario, anche attraverso nuovi strumenti normativi.

Il tema non riguarda solo le cooperative, ma il rapporto tra la finanza e le imprese.

C’è un importante lavoro in atto su questo tema nel percorso di autoriforma che Legacoop in ambito regionale e nazionale sta compiendo, al quale lo stesso Massimo Matteucci ha dato un contributo significativo.

Ricette semplici non ce ne sono. Siamo in una fase di cambiamento continuo, ma c’è un profilo di ricerca e recupero dell’identità in cui anche la proiezione internazionale di una cooperativa può essere di mutuo beneficio al territorio. Un elemento di apertura culturale. In un mercato globale in cui la finanza la fa da padrona, uno dei modi per affrontare questa sfida è tenere sempre testa e piedi piantati dove sei nato, in uno scambio virtuoso locale e globale

Sì, perché per Massimo sono stati due gli elementi che ne hanno forgiato il carattere e ne hanno sempre ispirato il lavoro e l’azione: l’essere un cooperatore e l’essere un ravennate.

Un cooperatore vero. Espressione della migliore tradizione ravennate e romagnola del movimento. Quella di Nullo Baldini. Quella dei braccianti e di quei muratori che unirono la loro debolezza e ne fecero una forza in grado di riscattare loro stessi dalla fame e dalla miseria e che nel contempo trasformarono uno dei territori più arretrati e miseri del paese in una delle province più avanzate ed evolute d’Italia.

Quella cooperazione, quei cooperatori, che hanno saputo infondere i valori forti di solidarietà, di giustizia sociale, di uguaglianza nella società.

Massimo ha sempre saputo che non si può mai prescindere dalla Storia e che non c’è futuro per chi pensa di poterne recidere i legami. Da qui un altro insegnamento che ci ha voluto lasciare. Il bisogno che aveva Massimo, un bisogno quasi pedagogico, di parlare con i giovani. Di ragionare con loro di cooperazione. Delle idee che si fanno imprese. La necessità di trasmettere conoscenza. Di lasciare il testimone ad altri. Avevamo programmato con lui proprio una serie di incontri ed eventi rivolti alle nuove generazioni cooperative, per lasciare questo segno. Ma Massimo, lo dicevo, è stato anche un cittadino fortemente legato alla sua città.

Un ravennate Doc, anzi un “ramiè” Doc, come diceva lui in dialetto. Nato dentro le mura della città, ce lo ricordava sempre, mentre scherzavamo sulle diverse pronunce dialettali e i modi di dire romagnoli che cambiano in pochi chilometri. «icè, iquè, ilè», diceva, e non invece «Acsè, aquè, alè», spesso e volentieri davanti ad una buona tavola imbandita.

Anche per questo suo inscindibile legame tra l’essere cooperatore e l’essere ravennate ha contribuito a rafforzare il legame tra CMC e Ravenna.

Credo che Ravenna e la CMC siano sempre state, e sempre saranno, un unico pezzo di un’unica identità. Lo dimostra l’impegno costante e l’attenzione che ha sempre contraddistinto CMC per le attività sociali, sportive, culturali e solidaristiche della città, in una sorta di mutualità esterna, che ha fatto crescere la società civile e il territorio. Ma anche e soprattutto l’attenzione verso i bisogni dell’economia locale, del porto, del suo sistema infrastrutturale, delle sue dotazioni logistiche e ambientali.

Sì, Ravenna e la CMC. Massimo e Ravenna. Sono stati una perfetta simbiosi. Oserei dire una simbiosi Riformista. Perché, non dimentichiamolo, Massimo, seppur discretamente, col rispetto dei ruoli e delle autonomie, ha sempre partecipato al dibattito politico e sociale sul futuro della città e del territorio. E l’ha fatto col suo carattere. Col suo essere un uomo di sinistra, un pragmatico-idealista, aperto alle innovazioni e ai cambiamenti, anche nei periodi più bui dei primi anni Novanta, quando Ravenna e la CMC si sono dovuti confrontare con una grave crisi.

C’è una lezione altra dunque da trarre dall’esempio di Massimo. Un insegnamento profondo. Un’eredità politica da rispettare e da perseguire che per noi rappresenta un dovere morale. Ma pensando a lui e ricordandolo partiamo avvantaggiati. Ci impegneremo, dunque, con tutte le nostre forze, consapevoli del dovere primo che abbiamo, che è un po’ il suo testamento politico.

Quello di far vivere e camminare i valori della cooperazione sulle gambe delle nuove generazioni.

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