Il documento programmatico di Legacoop Romagna

Giovedì 8 maggio, alla presenza del premio Nobel Amartya Sen, il presidente di Legacoop Romagna Giancarlo Ciaroni ha presentato il documento programmatico di Legacoop Romagna. Per leggerlo

Ve lo proponiamo integralmente, in formato testo e PDF, nell’allegato a questo articolo e cliccando su questo link.

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PREMESSA

La Romagna è il luogo in cui si integrano elementi di distintività e potenzialità per lo sviluppo responsabile che la qualificano dal punto di vista economico, sociale e culturale, rendendo la vita “degna di essere vissuta”. Un luogo in cui il progresso, che coinvolge il miglioramento della vita della persona nella sua relazione con gli altri, si antepone all’innovazione fine a se stessa. In cui il ben–essere va tradotto nel valore dell’essere una Comunità che decide rispetto al presente che vuole lasciare in dote al futuro.

Per essere una società smart bisogna, prima di tutto, esercitarsi a essere un luogo del buon vivere in cui la politica che pianifica e indirizza, l’economia che produce e sviluppa e la Comunità che unisce e tutela si legano sino a diventare un percorso che non ha più bisogno di definirsi sostenibile, perché lo è di fatto.
Prima, durante e poi: il privilegio di un presente che non accade ma si costruisce basandosi su progetti qualificanti, coltivando buon lavoro, cooperando per un’occupazione equa e per un nuovo welfare capaci, nell’insieme, di essere il cambiamento necessario.

Un’evoluzione responsabile in cui l’innovazione è al servizio delle persone, in cui l’equità è giustizia e la coesione il collante che ci rende liberi. Il contrario, come la crisi racconta, sostituisce a ciò il degrado e il crollo. La cultura del bene comune non, quindi, come astratto concetto teorico e buonista, ma l’impegno verso un progresso sociale e uno sviluppo economico che, solo se costruiti insieme, diventano sostenibili.

Per preservare la qualità della nostra civiltà l’obiettivo è ricostruire un nuovo modello di tutela sociale; mutare gli stereotipi della nostra visione politica, le nostre abitudini, le nostre certezze imprenditoriali. Non governeremo gli effetti della globalizzazione cedendo alla tentazione di difendere i confini; sarebbe un’inutile scorciatoia. Né dovremo riproporre la tutela primaria degli interessi dello Stato. La prospettiva è mutata. Al centro la tutela diretta dei diritti e la risposta ai bisogni delle persone nel loro essere Comunità. È su questo terreno che politiche concretamente riformiste dovranno continuare a opporsi a politiche marcatamente conservatrici e speculatrici che, nella spinta veloce allo sviluppo, ci hanno fatto rimbalzare, nudi, al punto di partenza.

In questo confronto il mondo della cooperazione, per la sua storia e per i suoi principi fondanti che ne definiscono e contraddistinguono missione e natura aziendale, può essere un riferimento. È una sfida con cui si è già misurato.

Oggi questa crisi ci ha rimesso alla prova, nella consapevolezza che nulla sarà più come prima e, forse proprio per questo, potremmo riuscire a pianificare in maniera migliore il futuro. Un nuovo Rinascimento a cui riferirsi per educare la politica, l’economia, l’impresa e su cui far crescere le nuove generazioni. Tutto il resto diventa implicito perché conseguenza di un’attitudine sociale che si fa cultura. Una realtà che concretamente integra politica, economia, welfare e cultura in una stessa cabina di regia non spreca tempo, ma lo utilizza come strumento strategico. È una Comunità capace di prevenire ogni crisi.

La Romagna come luogo in cui COSTRUIRE, COLTIVARE e COOPERARE per CAMBIARE, nel senso evolutivo e sostenibile del termine, superando ogni divisione sterile e diventando un Noi competitivo che si integra e completa all’interno dell’ambito regionale.

Legacoop Romagna nasce su questi presupposti. Nasce come un atto di coerenza verso questi valori, gli stessi che la cooperazione rappresenta; nasce dal bisogno di tornare a essere un motore di sviluppo per il Paese e in Europa. Si costruisce sulla consapevolezza che rimanere isolati nelle proprie torri è una miopia che ci rende deboli, lasciando che siano altri a decidere per noi. Si sviluppa sulla coscienza che se la Romagna iniziasse ad agire come un’integrata area urbana (“la città metropolitana ROMAGNA”) potrebbe finalmente diventare un’esperienza a cui riferirsi per qualità del vivere e, dunque, competitiva sui temi che in questo la qualificano (salute, benessere, welfare, lavoro, ambiente, alimentazione, turismo, cultura e arte).

La Romagna conta poco più di un milione di abitanti; è un sistema urbano policentrico che per prossimità delle sue città, per tradizione, per comunanza culturale e per qualità delle sue esperienze economiche e sociali ben si presta a sviluppare reti e nodi sinergici che di fatto già la identificano come accreditato polo del cosiddetto benessere equo e sostenbile (BES). Peculiarità qualificante per la nostra Regione, competitiva per il nostro Paese e distintiva per l’Europa, il confine allargato di cui ci sentiamo, a pieno titolo, cittadini. Distintività che non possiamo permetterci di non utilizzare in maniera lungimirante e produttiva, imparando ad agire, nei fatti, come sistema unitario, come fattore di cambiamento.

Solo da Noi dipende il futuro che vogliamo dare alla Romagna e alla nostra Regione avendo a disposizione il presente. Solo da Noi dipende che uso fare della crisi; da Noi la sostenibilità di cui tanto ci raccontiamo; da Noi il futuro che il presente ci chiede di costruire. Da Noi dipende anche l’avere o meno bisogno di aggettivi per sottolineare ciò, che pur nella sua ovvietà, non riusciamo a sostenere. Pensiamo alla cosiddetta Comunità intelligente. Per essere intelligenti bisogna prima di tutto essere coerenti con il senso di civiltà che presuppone equità, il cui primo sinonimo è giustizia economica e sociale. La civiltà che, in quanto tale, non dovrebbe avere bisogno di sottolineare la priorità del dare spazio ai giovani, alle donne o a culture diverse perché questa è la base imprescindibile per esserlo. Diversamente all’intelligenza va sostituito altro. Diversamente non solo siamo torri, ma lo siamo senza finestra e l’orizzonte ci rimbalza sui piedi. E lì si ferma.

Coesione è, prima di tutto, pluralismo e inclusione sociale. È pluralismo economico che tutela le diverse forme del fare impresa e in questo sostiene la distintività cooperativa come elemento cardine di ripresa e modernità che mette al centro l’emancipazione delle persone nel loro farsi Comunità. Il tutto, in un ciclo virtuoso che prevede buona politica che produce buona economia, mossa da buona impresa che sottende a buon lavoro e, quindi, mercato giusto e democratico. Una Comunità competitiva produce imprese competitive. Una Comunità che non investe sulla capacità delle sue imprese di progredire è, invece, una realtà disattenta al domani.

Legacoop Romagna è parte integrante di questo Noi che si mette a disposizione in maniera attiva sapendo che le radici del futuro stanno nell’oggi su cui impegnarsi in maniera coerente e rinnovata.

Il 5 dicembre scorso la nostra Assemblea costitutiva si è concentrata sul tema dell’innovare la rappresentanza; con questa conferenza programmatica vogliamo raccontare e dare il nostro contributo ai temi che consideriamo fondamentali al rilancio coniugandoli a verbi, Costruire, Coltivare, Cooperare e Cambiare che sono, appunto, il nostro impegno quotidiano.

«L’esistenza della Cooperazione, il suo segno distintivo, la sua regola sono fondate sul principio di solidarietà. Al fondo di ogni relazione o transazione tra soggetti economici esistono sempre i rapporti umani».

(Carta dei Valori Guida della Cooperazione)

COSTRUIRE

Costruire, per la cooperazione, ha un significato profondo che parte dalle sue radici di mutualità, di risposta ai bisogni e in questo di sostenibilità. Il presente come immancabile occasione per costruire il futuro. La mutualità, caratteristica unica e distintiva della cooperazione, è nata proprio come risposta imprenditoriale ai bisogni creati dalle crisi o dalle trasformazioni economiche. Bisogni ed emergenze che, oggi come allora, sono occasioni per la mutualità organizzata imprenditorialmente di non cedere alla stessa crisi. In un ruolo storico, politico e riconosciuto costituzionalmente che rende la cooperazione una forma moderna per costruire sviluppo. Essa risponde agli interessi di emancipazione dei suoi soci e, al contempo, costruisce ricchezza sociale. Si basa su un patrimonio che appartiene alle generazioni passate come a quelle future. Essa non si sradica dalla sua Comunità di appartenenza, ma la valorizza in ogni suo ambito. Un percorso in cui innovazione e ammodernamento sono la coerenza quotidiana al cambiamento che nella concordanza tra sviluppo economico e coesione sociale edifica un domani a cui riferirsi con fiducia.
Costruire è, per la cooperazione, visione, lavoro, coraggio e giustizia senza lasciare nessuno indietro. Per questa sua natura essa può essere riconosciuta e valorizzata in quei territori e in quelle aree dove la cultura politica ha comunemente acquisito la consapevolezza che non esiste crescita economica se i processi imprenditoriali sono indifferenti o antitetici alla coesione sociale e alla tutela dei più deboli.

Costruire per Legacoop Romagna è, prima di tutto, impegno per la ripresa economica, la riqualificazione urbana e il progresso sociale verso un nuovo welfare.
Il Costruire si lega primariamente a un settore, quello delle costruzioni, che ha risentito in modo pesantissimo della crisi perdendo realtà qualificanti. A dimostrazione del fatto che non esiste equità nella crisi e che tale settore necessita di essere sostenuto nella sua riqualificazione. Per farlo bisogna attivare una riconversione del nostro Paese attraverso uno sforzo finanziario utile e necessario non solo a garantire infrastrutture adeguate al tessuto economico e con esso allo sviluppo ma, conseguentemente, a creare occupazione, per formare nuove specializzazioni, per sviluppare reti e nuovi posizionamenti competitivi. Che significa non disperdere pezzi importanti della nostra cultura imprenditoriale.

Sicuramente l’immobiliare del futuro non sarà costruire consumando territorio. Su questo crediamo non vi siano dubbi o riserve, ma per una reale riconversione in chiave sostenibile le amministrazioni e il sistema bancario devono lavorare al fianco delle imprese come partner del cambiamento, che significa facilitarle in quelle azioni che non fanno parte dei loro doveri d’impresa ma rientrano tra i loro diritti.

Parliamo di una fiscalizzazione premiante per chi crea buon lavoro, per chi innova e fa crescere le proprie Comunità, di miglioramento dell’accesso al credito, di semplificazione e coerenza per promuovere la legalità. Riqualificare deve essere più semplice che costruire. A ciò si aggiunge la rigenerazione urbana nel senso più ampio e qualificante del termine; la politica, in tal senso, ha la responsabilità di creare un sistema di regole che si integrino con le diverse esigenze che il territorio e il mercato esprimono. In questo, il processo di accentramento delle responsabilità a livello regionale deve puntare alla razionalizzazione e omogeneizzazione normativa e non, invece, alla riduzione del livello di concertazione sui singoli territori e all’annullamento delle specificità e delle diversità, vero valore aggiunto della nostra economia. Deve vigilare sul fatto che gli strumenti di pianificazione urbanistica comportino il minor consumo del territorio e alla tutela dell’ambiente coniughino lo sviluppo responsabile della Comunità senza invece, in maniera spesso propagandistica, sottendere a ciò rischiando di isolarci dalle opportunità concrete di sviluppo di cui la Romagna assolutamente necessita.

Pensiamo alla logistica e all’accessibilità. Promuovere un’evoluzione culturale in cui il trasporto e la movimentazione merci mutano in termini di concetto, passando attraverso la definizione di logistica integrata, per approdare alla green logistics, in cui l’intermodalità diventa un elemento fondamentale per coniugare i valori di impresa di efficienza economica ed efficienza ecologica. Motivo per cui, a livello infrastrutturale non possiamo più essere attendisti, a partire dal tracciato della E55 per il trasporto su gomma, alle vie di collegamento (via Emilia Bis), alla metropolitana di superficie o al potenziamento dei collegamenti ferroviari più deboli da Bologna per la costa, così come all’approfondimento dei fondali del porto di Ravenna per il traffico marittimo delle merci. Della migliore gestione e razionalizzazione delle piattaforme logistiche, in proiezione futura all’intermodalità, su cui tante risorse si sono impiegate.
Il territorio e il sistema economico della Romagna non possono, inoltre, fare a meno di un moderno sistema aeroportuale. La crisi e il fallimento delle società di gestione degli scali di Rimini e Forlì sono a testimoniare come un mix di campanilismi, concorrenza esasperata fra aeroporti, gestioni non propriamente oculate e trasparenti, si trasformino in un boomerang. Ora, dalle ceneri di queste crisi, a partire dai bandi europei indetti dall’ENAC, occorre operare per garantire al territorio questa infrastruttura decisiva e strategica per il turismo, per l’economia e per l’indotto che può alimentare. È necessario che le Amministrazioni locali, la politica e il mondo dell’impresa affrontino il tema cercando di essere finalmente incisivi sulle soluzioni da adottare.

Per Costruire bisogna stabilire un nuovo patto sociale tra il settore dei trasporti e dei servizi, l’ente pubblico e le aziende multiutility che, a fronte dei tagli lineari, della concorrenza sleale e degli appalti al massimo ribasso, tuteli le imprese nel loro sforzo di mantenimento della buona occupazione. Un patto che  integri allo sviluppo la qualità tecnica e i diritti dei lavoratori con primaria attenzione alle fasce deboli. La nostra storia dimostra che uno sviluppo duraturo è raggiungibile solo attraverso un equilibrio tra questi elementi.
Nelle infrastrutture immateriali, quali le reti tecnologiche a sostegno dello sviluppo di impresa, non possiamo più pensare di lasciare territori sguarniti, tagliandoli fuori da ogni processo di rilancio.

Per Costruire è necessario integrare lo sviluppo economico con la sostenibilità ambientale, in un’ottica di evoluzione dei concetti legati alla green e blue economy, come forma di sviluppo che non ostacola le possibilità di crescita delle generazioni future.
Bisogna superare il concetto di “rifiuto” attraverso la valorizzazione dei processi di recupero e riciclaggio, facendo divenire materia prima ciò che fino a ieri era considerato materiale di scarto e creando così nuove opportunità di innovazione sostenibile. La cooperazione in quest’ambito è già strutturata in filiera per essere un soggetto di riferimento qualificato.

Per Costruire un futuro, dove l’energia pulita sia sempre più un’opportunità, occorre utilizzare lo strumento degli incentivi come innesco di un volano destinato a creare valore ambientale ed economico sul territorio. Promuovere il giusto connubio tra sottoprodotti dell’industria (alimentare) e valorizzazione energetica, in un’ottica di filiera corta e km0, per creare nuove e sostenibili opportunità di sviluppo. Costruire valore legando l’esigenza di bonifiche ambientale dei siti inquinati con la prospettica costruzione di distretti per la produzione di energia pulita, limitando al massimo il consumo del suolo, producendo lavoro e investimenti.
Investire in ricerca e sviluppo puntando all’auto produzione di risorse energetiche richiedendo con fermezza l’adeguamento di una normativa in molti casi obsoleta. L’esigenza è quella di effettuare una reale sperimentazione in impresa perseguendo obiettivi quali la creazione di combustibili ed energia per i propri processi e per l’autotrazione attraverso il recupero dei materiali di scarto. Costruire efficienza attraverso politiche di riqualificazione utilizzando strumenti quali l’Energy Performance Contract.

Per Costruire bisogna essere coerenti ai bisogni che il rilancio richiede in termini di modernità ed efficienza. In Romagna la percentuale delle imprese che innovano è inferiore rispetto alla media regionale. Nel 2012 l’assunzione di giovani laureati è stata del 12% rispetto al 22%. L’innovazione per noi passa prima di tutto dalla qualificazione delle risorse umane. Dal lavoro sinergico tra Università, poli tecnologici e impresa per promuovere l’occupazione dei giovani.

Per Costruire bisogna costruire un ecosistema dell’innovazione, che metta al centro la ricerca e la formazione. Bisogna rimettere al centro la cultura. L’unica vera strategia di sviluppo duraturo. Bisogna liberare risorse economiche e ridurre i ritardi di opportunità che il territorio oggi sconta, consolidando maggiormente le reti tra centri di ricerca, di servizio e i poli tecnologici. Ossia tra quelle realtà che per prime, insieme alle istituzioni, devono porsi come esempio di riposizionamento strategico dell’offerta a favore della riqualificazione economica e sociale. Questo territorio è oggi fortunato ad avere l’Università, opportunità da sostenere. Una Comunità responsabile e lungimirante è quella che – alla fuga dei cervelli che s’impegna a formare, spendendo risorse economiche e trasmettendo conoscenza – antepone occasioni per farli rimanere, attraendo competenze. Una Comunità che offre ai giovani opportunità per non fargli cambiare Paese, ma per cooperare nel cambiare il proprio.

Per Costruire in maniera innovativa i servizi offerti devono essere in linea ai tempi e alle specializzazioni che la globalizzazione richiede per non rimanere il lumicino di coda dell’Europa, pur nelle enormi potenzialità che esprimiamo. Vanno sostenute e premiate le imprese che lavorano bene, le imprese affidabili; su questo va creato un albo che le differenzi in opportunità da acquisire in termini di fiscalità, finanziamenti e semplificazione autorizzativa. Va concesso credito d’imposta per chi investe, qualifica, non delocalizza e punta alla buona occupazione. Anche gli strumenti di sostegno dovrebbero tener conto di tali indicatori.

In questo l’Ente Pubblico deve garantire il medesimo impegno di riqualificazione, razionalizzazione dei costi ed efficienza innovativa che viene quotidianamente richiesto alle imprese. I lavoratori hanno tutti la stessa dignità e le stesse prerogative, sia che provengano dall’ente pubblico che dall’impresa privata. Lo sviluppo a due velocità ci penalizza ed è incoerente ad ogni sviluppo che voglia definirsi sostenibile.

Per Costruire diventa determinante:

  • abbattere il numero di adempimenti troppo spesso sproporzionati rispetto alla tutela degli interessi pubblici e ai tempi delle imprese. A oggi l’aggravio in burocrazia sulle imprese è di oltre 23 miliardi annui (circa 2 punti di PIL), risorse che potrebbero essere invece liberate a favore della crescita;
  • semplificare la pluralità degli interlocutori e differenziare le disposizioni pro capite sulla base della dimensione, del settore e della qualificazione dell’impresa (in Italia le micro imprese sono oltre 4 milioni);
  • accelerare le risposte puntando a modelli di autocertificazione e costruendo migliori percorsi di controllo (per complessità e lentezza delle concessioni siamo al penultimo posto dopo la Grecia);
  • semplificare la normativa degli appalti e delle procedure di gara per favorire gli investimenti in infrastrutture e ridurre l’ormai consueto ricorso al TAR tra la Pubblica Amministrazione e i privati, che dilata ulteriormente i tempi di azione (il Codice degli Appalti è stato modificato 44 volte in 7 anni di vita);
  • valorizzare le imprese legate al territorio e superare, negli appalti pubblici, la pratica del massimo ribasso, reale o troppo spesso celato nella proposta economicamente più vantaggiosa. Pratica, questa, incoerente rispetto al progresso e, nel medio periodo, maggiormente onerosa, in quanto non rispondente agli standard di efficienza, qualità e sicurezza. Gli stessi che in questi anni sono stati richiesti come carico d’investimento alle imprese e che ora paradossalmente finiscono col penalizzarle. Il sistema degli appalti al massimo ribasso rischia, inoltre, di diventare un problema di legalità connesso alla necessità estrema delle imprese di procurarsi lavoro attraverso sconti insostenibili, davanti ai quali vien da chiedersi come sia possibile riuscire ad operare;
  • dare seguito alla nuova normativa europea sugli appalti, recependo il principio dell’offerta economicamente più vantaggiosa (e non celatamente al ribasso) valorizzando la qualità della proposta tecnica;
  • salvaguardare le clausole sociali negli appalti e utilizzare la negoziazione diretta in tutti i casi previsti dalla legge, per tutelare l’impresa locale e i lavoratori del territorio;
  • formalizzare un nuovo patto tra enti pubblici e imprese, poiché un mercato drogato non può sostenere l’uscita dalla crisi e, come premesso, individuare le modalità di salvaguardia delle imprese virtuose, con l’introduzione di tutti quei criteri e indicatori che garantiscano la regolarità di esecuzione al giusto prezzo;
  • promuovere in maniera continuativa la sicurezza sui luoghi di lavoro, quella reale, eliminando le complicazioni burocratiche. Portare avanti una visione sinergica in cui controllati e controllori individuano protocolli comuni il cui obiettivo è la salvaguardia delle persone, non la sanzione;
  • impostare nuove relazioni sindacali che abbiano nella Romagna l’orizzonte di riferimento per i contratti integrativi di secondo livello, superando in tal modo frammentarietà provinciali che non hanno più ragione di essere;
  • promuovere tutti i possibili strumenti di esclusione dal mercato per le imprese, di qualsiasi tipologia e dimensione, che non applicano forme contrattuali riconosciute e certe, normative di sicurezza sul lavoro e azioni legali di competitività. Ciò per noi significa lotta alle varie forme di illegalità e alla cooperazione spuria. Qui si manifesta il reale peso che si vuole attribuire allo sviluppo responsabile, che non può prescindere dal tutelare e promuovere le buone imprese e il buon lavoro che ne connotano l’identità.

Per Costruire bisogna integrare lo sviluppo economico con la coesione sociale, mettendo il primo a disposizione dell’emancipazione della seconda. Dei suoi bisogni e delle sue rinnovate esigenze, senza trascurare quelle delle future generazioni. Creare una filiera del welfare integrato significa anche occuparsi di come vogliamo siano costruite le nostre città, di come organizzare i servizi alle persone in un contesto in profonda trasformazione, anche dal punto di vista delle risorse tradizionalmente disponibili; di come riattivare una concreta riqualificazione dell’economia e di come produrre occupazione equa; ossia gli elementi cardine di benessere.

In questo la nostra esperienza nel welfare si sostanzia nella presenza cooperativa diffusa e qualificata – in molti settori diversi – nei quartieri, nei paesi e nelle città. Ne diventa il valore aggiunto. Questa capillarità potrebbe essere gestita con Piani Sociali di Zona in rete, in un benchmarking dinamico e assimilabile a un’unica dimensione culturale e territoriale romagnola, in cui le specificità diventano la coesa contaminazione positiva di progresso. Come l’ASL unica sta cercando di mettere a punto. In proposito nuove opportunità devono aprirsi per favorire sempre più la presenza della cooperazione nell’integrazione tra la dimensione sociale e quella sanitaria. In questo senso siamo certi di trovare, proprio nella ASL Romagna, un interlocutore sensibile e attento. Auspichiamo che, risolta la prima fase di assestamento riorganizzativo e di governance, si proceda con la realizzazione di un’azienda che sappia razionalizzare i costi e ottimizzare le eventuali inefficienze per puntare a una sempre più alta qualificazione dei servizi offerti.
Meno risorse e più bisogni impongono un ripensamento delle risposte anche in termini di nuove prospettive a cui riferirsi, come per esempio nel campo della domiciliarietà, degli “ospedali di Comunità”, dell’housing sociale e più in generale di servizi innovativi. La cooperazione sociale intende realizzare compiutamente una sussidiarietà avanzata in tanti campi, dal sociale al socio-sanitario all’educativo. Va rinnovata la collaborazione tra pubblico e privato sociale, promuovendo una visione di Enti locali “attivatori” dei servizi e progressivamente meno coinvolti nella gestione degli stessi. La funzione pubblica della cooperazione sociale risiede proprio nella sua vocazione a essere soggetto ideatore e gestore dei servizi nell’interesse collettivo. Il ritorno a forme di re-internalizzazione è una ricetta semplicistica e anacronistica. Allo stesso tempo la cooperazione sociale sa rivolgersi anche direttamente ai cittadini.
La cooperazione sociale ha una valenza imprenditoriale certa, un contratto di lavoro, professionalità costantemente formate. Volontariato e associazionismo sono una ricchezza che qualifica la Romagna come esperienza unica, interlocutori di insostituibile valore con i quali esistono rapporti di complementarietà, integrazione e sostegno, seppure in una distinzione di ruoli imprescindibile.

Per Costruire bisogna avere le risorse e, ancor di più, avere la capacità di gestirle al meglio.
Come evidenziato nell’Assemblea Regionale dell’Alleanza delle Cooperative Italiane (ACI), in merito all’utilizzo dei Fondi Strutturali occorre che il Governo sciolga una serie di nodi che riguardano, in particolare, la relazione con la Regione. Lo Stato ha, infatti, avocato a sé la gestione di un’importante fetta di risorse dei Fondi Strutturali attraverso i PON (Programmi Operativi Nazionali), in ambiti corrispondenti a titoli precisi: occupazione, inclusione, istruzione, governance, città metropolitane, giovani. Nella nuova configurazione, l’attività di gestione dei Fondi Strutturali dovrebbe essere supportata a livello centrale da nuove agenzie (per la coesione territoriale). Strategia di centralizzazione criticata, però, dalla nostra Regione, prima in Italia per capacità di spesa dei fondi FESR e FSE. Il timore è che lo Stato non presenti la stessa capacità di gestione. Riteniamo debba prevalere il punto di vista premiale per quelle Regioni che più si sono distinte nella capacità di sviluppare programmi e investire risorse, superando così l’attuale situazione che renderebbe più difficoltoso mettere a sistema i Fondi disponibili e programmare politiche coerenti di sviluppo, senza ritardi e nei tempi adeguati.

Occorre smobilizzare velocemente queste risorse per dare ossigeno alle imprese. A livello regionale bisogna proseguire nell’integrazione dei Fondi esistenti (FESR, FSE, PSR) con gli altri strumenti di sviluppo reperibili e con l’utilizzo integrato degli strumenti di finanza a disposizione, compresi quelli della nuova programmazione Comunitaria (es. Fondi BEI).

In quest’ottica serve, inoltre, una maggiore erogazione di credito da parte del sistema bancario che sia in grado di sostenere gli investimenti di cui hanno bisogno le imprese. Bisogna immettere maggiori risorse valorizzando i progetti innovativi e di qualità capaci di creare delle leve di moltiplicazione del valore. Legacoop Romagna, attraverso la rete delle strutture finanziarie del Movimento cooperativo, si sta impegnando in questo. Allo stesso tempo è riuscita a sostenere, sino ad oggi, la situazione di difficoltà che si è determinata in molte cooperative.
Occorre mettere a sistema l’insieme degli strumenti finanziari che operano nella cooperazione, al fine di essere sempre più rispondenti alle esigenze delle imprese. Nel contempo vanno rafforzate partnership con il sistema bancario per individuare nuovi sistemi che al rigore antepongano concrete politiche di sviluppo, di cui dopo sei anni di crisi si avverte la massima esigenza.

«La Cooperazione agisce sul mercato secondo i principi di giustizia
e utilità per i propri soci e per la collettività».

(Carta dei Valori Guida della Cooperazione)

COLTIVARE

Coltivare, per la cooperazione, rappresenta la spinta storica che l’ha trasformata nel luogo in cui le persone si possono emancipare attraverso il lavoro coltivando, in maniera autonoma e cooperativa, la terra da cui siamo nati e facendo germogliare il seme di un modo diverso di essere impresa e società. Coltivare significa l’impegno alla coesione sociale come elemento fondante di sostenibilità e progresso. Coltivare è il tendere di ogni azione capace di traghettarci verso un cambiamento responsabile, facendo maturare quella cultura al Noi che dal passato sia spinta per il futuro.

Coltivare è alla base di un settore, quello agroalimentare, che della cooperazione è il pilastro e l’identità più marcata insieme. Un settore (che per la cooperazione comprende anche la pesca) il cui obiettivo strategico è l’efficienza di filiera, dalla produzione al consumo: valore per i produttori e i consumatori, qualità, eticità e sostenibilità ambientale. Il tutto, ricercando ogni opportunità di collaborazione e scambio nella convenienza reciproca e nel rispetto delle regole.

La cooperazione agroalimentare ha radici profonde nell’economia regionale. Le nostre imprese sono oggi competitive sul mercato nazionale e internazionale perché hanno saputo innovarsi profondamente dal punto di vista tecnologico, qualitativo e nel rapporto con i soci. Ed è proprio in un’ottica di sviluppo che l’innovazione tecnologica assume il significato di miglioramento dell’efficienza e delle prestazioni di processo e ambientali, sancendo il vincolo indissolubile tra agricoltura e tutela del territorio, in un contesto di reciproca valorizzazione e salvaguardia.
Cresce, inoltre, la professionalità richiesta ai soci e la capacità di aggregazione, nonchè una corretta capacità di ricambio generazionale, vero e grave problema della nostra agricoltura. Il tutto per continuare ad assicurare le migliori condizioni possibili ai produttori e garantire una prospettiva al settore.

Dinamiche di mercato sempre più volatili, aumento dei costi energetici e l’avanzare del cambiamento climatico impongono, inoltre, l’attivazione di politiche per il potenziamento degli strumenti di gestione del rischio (assicurazioni e fondi mutualistici) e dei servizi finanziari. Occorre continuare a lavorare per rendere più efficiente la rappresentanza, evitando duplicazioni e potenziando la capacità di fare squadra per tutelare, valorizzare e sviluppare lo straordinario patrimonio di mezzi e risorse naturali, ma anche, e soprattutto, di uomini e donne appassionati e competenti.

Coltivare la nostra vocazione agroalimentare significa legarla, sempre più saldamente, a quei principi di qualità e benessere che rendono la Romagna e la nostra Regione un riferimento per qualità del vivere.

Una terra in cui la salute è il centro dell’interesse e che ha saputo costruire un sistema sanitario, di ricerca e di cura, altamente qualificato, con politiche di prevenzione tra le più accreditate in Italia. Una terra in cui i più deboli non sono e non vanno lasciati indietro.

In tale contesto, le cooperative sociali di tipo B non solo svolgono, per certi aspetti, una vera e propria funzione di ammortizzatore sociale, ma soprattutto coltivano ogni giorno inclusione, rappresentando positive esperienze di integrazione professionale e sociale di soggetti svantaggiati e deboli, nonché imprese di riferimento di molti territori per volumi di attività, per numero di occupati e impatto sociale complessivo. Con il passare del tempo e il mutare del contesto di riferimento si sono sempre più strutturate imprenditorialmente, così da non essere più considerate, ingiustamente, imprese di secondo livello. La cooperazione sociale di inserimento lavorativo non va snaturata piegandola, solo e sempre, a logiche meramente efficientiste. Non possiamo permetterci di ridurre un’esperienza unica come questa al ruolo di “selezionatore” di diverse tipologie di svantaggio per rispondere a obiettivi di produttività definiti da altri e imposti da una committenza orientata principalmente a mere logiche di mercato. Non possiamo permetterci neppure il ritorno a forme assistenzialistiche di cui le cooperative di inserimento rappresentano il superamento.

Auspichiamo un maggiore coraggio nelle scelte, anche politiche, nel riconoscere la cooperazione sociale di tipo B come un’esperienza che ha dimostrato di sapere coniugare, alla valenza imprenditoriale, la funzione di inserimento al lavoro di soggetti svantaggiati. Occorre una sensibilità diffusa e una conoscenza ampia di questa realtà, anche e soprattutto, da parte degli Enti Pubblici, delle società partecipate e del mondo del privato. Esistono possibilità di collaborazione e rapporti di servizio che possono e devono essere ampliati, a beneficio della intera collettività.

Non possiamo, tanto più in questo ambito, continuare a tollerare gare al massimo ribasso. Come già sottolineato, dobbiamo costruire e coltivare una cultura della responsabilità che prediliga le clausole sociali nei bandi di gara e la valorizzazione dei progetti di inserimento al lavoro delle fasce più deboli, senza dimenticare anche gli affidamenti diretti come da Legge 381/91 e le possibilità di convenzioni con il mondo del privato.
Per Coltivare la bellezza di cui siamo portatori dobbiamo prima di tutto coltivare civiltà.
Coltivare bellezza significa dare alla nostra Comunità l’importanza che merita e di cui spesso sembra non ci accorgiamo, mettendo al centro dell’agenda politica dei nuovi amministratori la valorizzazione di quei settori che, più di altri, ci identificano. Parliamo dell’ambito della salute, del benessere, dell’alimentazione sana, dell’ambiente, della cultura e dell’innovazione, della tradizione e dello sviluppo turistico integrato.
In questo, proprio il turismo diventa l’obiettivo di un impegno pubblico e privato che riguarda diversi aspetti della vita civile. Non c’è turismo senza un adeguato sistema sanitario, senza la necessaria sicurezza, senza decoro e pulizia, senza una rete efficiente di trasporto. Non c’è turismo senza lo splendore dei paesaggi e della cultura di cui siamo privilegiati e temporanei possessori e che dobbiamo coltivare al meglio.

Intorno al turismo, in Romagna, si muove una parte considerevole dell’economia. Servizi, forniture e lavoro che vengono prodotti grazie alla capacità che ha il nostro territorio di attrarre ogni anno milioni di presenze. La crisi in tale ambito ha tardato di più a manifestarsi ma, almeno dalla passata stagione, gli effetti sono visibili, specie sulla domanda interna. La chiusura degli scali aeroportuali romagnoli aggrava la situazione e la concorrenza internazionale è sempre più aggressiva.

Le soluzioni di breve periodo riguardano l’approccio al mercato e ai nuovi mercati possibili. Il riposizionamento per il rilancio passa attraverso progetti capaci di incidere sulla struttura stessa del nostro prodotto e sull’attualizzazione delle competenze degli operatori dell’accoglienza. La velocità dei cambiamenti nel settore costringe le destinazioni turistiche a un costante ripensamento del proprio modello. Nella nostra Regione si è sperimentata con successo una logica di collaborazione tra pubblico e privato; tra promozione e commercializzazione.

Le politiche regionali non hanno valorizzato il privato indistintamente, distribuendo risorse a pioggia, ma solo quello che è stato capace di aggregarsi in club di prodotto. Questi due elementi devono continuare a svilupparsi attualizzandosi in forme più moderne. La riforma della L.R. 7/98 e l’applicazione della logica dei Distretti Turistici sono temi urgenti dell’agenda politica regionale, così come lo deve essere un progetto di riqualificazione dell’offerta che faccia leva sulla qualità urbana, del sistema ricettivo e dei sistemi di trasporto, sulla sostenibilità, sulla valorizzazione dei prodotti di nicchia, del turismo ambientale e naturalistico e dell’offerta culturale, la modernizzazione dell’offerta balneare classica.

Il turismo è un vero e proprio comparto industriale della nostra economia, probabilmente quello di maggiore prospettiva, e sono necessarie politiche che lo sostengano accompagnandone la crescita. I Fondi strutturali UE, di cui abbiamo precedentemente parlato, che passano attraverso la gestione (e la visione) regionale possono essere un volano importante per la riqualificazione dell’offerta e per un aggiornamento competitivo. Lo sforzo di cambiamento, necessario a garantire nuova competitività, riguarda anche il comparto delle spiagge, la nostra miniera di sabbia. Questo sforzo deve essere compiuto salvaguardando un’esperienza del tutto peculiare e apprezzata dagli ospiti, come numerosi studi dimostrano, sottolineando il valore del lavoro svolto giorno dopo giorno sugli arenili dalle nostre cooperative per la tutela della costa dall’erosione e la necessità di un’azione forte di contrasto al fenomeno dell’abusivismo commerciale.

L’applicazione della Direttiva Bolkestein al settore balneazione rischia di disperdere il know-how dell’ospitalità per sostituirlo con un’organizzazione che poco avrà a che fare con l’identità della nostra terra e della nostra gente. Noi siamo dalla parte delle cooperative di balneazione che tengono unito un sistema complesso e vincente, nello sforzo di garantire la massima qualità e l’aggiornamento costante dei servizi resi sulla spiaggia, che è il luogo dove la vacanza si consuma di più.

Inoltre, senza la protezione della costa e il finanziamento di progetti di ripascimento e controllo dell’erosione rischiamo di perdere la nostra capacità attrattiva. Non deve calare la tensione al riguardo e bisogna riuscire ad affrontare le specificità dell’azione erosiva in ogni destinazione adottando contromisure mirate.

Turismo e cultura sono elementi inscindibili che ci qualificano.
Qui cultura fa rima con cooperazione. Questa peculiarità è parte integrante del dossier Ravenna 2019, la candidatura della città a Capitale Europea della Cultura che coinvolge, in realtà, tutta l’Emilia-Romagna ed è la straordinaria occasione per portarla in Europa. Non può esserci sviluppo senza cultura e non può esserci cultura senza uno sviluppo responsabile che comprende il nostro volere essere parte del progresso in maniera emancipata e onesta. Crediamo che il tempo dei tagli lineari, che hanno fortemente coinvolto il settore culturale, debba ritenersi esaurito, dando invece spazio a una visione in cui, a sostegno di una nuova e necessaria fase di crescita economica, si punti fortemente ad investire in maniera strutturata su questo ambito. L’occupazione delle nuove generazioni non può che passare anche da un sostegno alle industrie culturali e creative. In Romagna, contando sulla forte concentrazione di popolazione, imprese e flussi turistici esistono tutte le condizioni per poter ampliare e rafforzare tale distretto.

È scientificamente provato che sostenere finanziariamente la cultura genera una moltiplicazione, mediamente di 1 a 5, delle risorse investite grazie all’indotto generato. Per questo nei prossimi anni, sia che Ravenna diventi o meno Capitale Europea della Cultura, sarà necessario dar vita a sempre più solide collaborazioni tra imprese, istituzioni pubbliche e soggetti privati, con l’obiettivo di fare della cultura uno degli assi strategici delle politiche di sviluppo della nostra Comunità.
Per Legacoop Romagna Coltivare legalità è l’assunto imprescindibile a tutto il resto fino ad ora espresso. La cooperazione ha come suo principio fondante quello della legalità nei contratti, nella sicurezza sul lavoro e nella gestione d’impresa; difende questo valore che sta alla base del suo definirsi cooperativa e di ogni sviluppo duraturo. L’esperienza di Libera e di Libera Terra è, prima di tutto, un atto di coerenza al futuro che desideriamo lasciare alle nostre figlie e ai nostri figli.

«Le imprese cooperative si manifestano con la qualità dei lavori che svolgono, la trasparenza, l’onestà e la correttezza dei comportamenti».

(Carta dei Valori Guida della Cooperazione)

COOPERARE

Cooperare è il nostro verbo in cui tutti gli altri si uniscono per fare della cooperazione lo strumento che non si sottrae ai cambiamenti al fine di tutelare le persone, le famiglie e le Comunità.

La cooperazione è sinonimo di auto-imprenditorialità e di emancipazione. Lo è stato ieri per braccianti e muratori; lo è oggi per giovani lavoratori laureati e specializzati che hanno crescenti difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro e che devono costruire con le proprie mani il loro futuro; lo è per tanti operai che stanno recuperando le proprie fabbriche proprio grazie alla forma cooperativa. Lo può essere anche per i professionisti, in particolare nell’ambito della comunicazione, delle nuove tecnologie e dei nuovi media, ma non solo.

L’impegno della cooperazione a mantenere in vita siti produttivi del territorio merita non solo riconoscimento, ma anche il sostegno convinto di tutte le parti sociali. La coesione passa prioritariamente dalla tutela della buona occupazione e non prescinde neppure dal chiudere imprese che, se muoiono, fanno morire un pezzo di quella stessa Comunità in cui sono nate e cresciute, e in cui hanno investito per renderla tale. Per darle identità.

La cooperativa in questo esprime modernità in quanto sistema “resiliente”, di certo non immune dalle difficoltà della crisi, ma sicuramente in grado di resistere meglio di altre forme di impresa in quanto capace di far leva sulla responsabilità dei propri soci e dei lavoratori, che antepongono il bene comune e la continuità imprenditoriale al profitto di breve termine. La cooperazione non cerca facili e illusorie scorciatoie, per esempio scappando dove il costo e le condizioni del lavoro sono illegalmente aggirate, ma rimane sul proprio territorio nella radicata convinzione che solo da un rapporto sano e virtuoso tra sistema imprenditoriale e sistema territoriale/istituzionale nascano rinnovate condizioni di reciproco rafforzamento. La cooperazione continua a far prevalere le ragioni della collaborazione sulla logica della mera competizione.
Qui risiede anche la sua flessibilità, nel sapersi aggiornare costantemente rispetto ai nuovi bisogni che le persone esprimono. E su questo c’è un punto politico delicato e cruciale che guarda alla riorganizzazione territoriale di un welfare sostenibile, universalista e rigoroso, primo ed imprescindibile anello di unione e di solidarietà verso i cittadini. Torniamo a dire che non siamo interessati, ne avremmo semmai spavento, a un welfare interamente affidato al mercato, ma ci preme segnalare l’urgenza di fissare un nuovo confine, perché quello di oggi delimita una superficie che non appare più in grado di contenerci tutti. Una realtà che sta determinando una quantità sempre più alta di esclusi, dilatando pericolosamente l’area dell’ingiustizia sociale a partire dalle nuove generazioni.

A ciò si lega, coerentemente, anche il tema di un welfare integrativo e aziendale, in cui la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro diventa un processo d’innovazione gestionale e di competitività; la cooperazione è pronta a esserne protagonista e, allo stesso tempo, a fornire i servizi necessari. In questo senso con la nascita di Faremutua si intendono mettere a punto servizi integrativi resi direttamente dalle cooperative sociali. Le grandi imprese cooperative già da tempo hanno avviato progetti di conciliazione, coperture assicurative e servizi dedicati ai soci, ma anche le più piccole possono, costruendo reti di imprese, dotarsi di ciò.
Come ha fatto notare l’Istat: «Se la mancanza di una buona occupazione ha un impatto negativo sul livello di benessere, un impatto altrettanto negativo hanno impegni lavorativi che impediscono di conciliare tempi di lavoro e di vita famigliare e sociale».
La conciliazione è uno strumento di equità del lavoro nel momento in cui consente parimenti, a donne e uomini, di poter ambire a eguali percorsi di carriera professionale. In quest’ottica bisogna proseguire e rafforzare gli strumenti di sostegno regionali e nazionali per estendere in maniera coerente questi percorsi che coinvolgono tutti, imprese e istituzioni insieme e che favoriscono la paritaria partecipazione al lavoro contribuendo ad accrescere la produttività qualitativa e lo sviluppo sociale.
La parità di genere è, prima di tutto, una questione di civiltà. Il doverlo ancora continuare a validare con analisi e ricerche ci rende lontani da quella definizione di intelligenza da cui siamo partiti.
Eppure in Italia il divario occupazionale, salariale e nel lavoro di cura è in realtà tra i più consistenti in Europa, e non solo. Peggio di noi solo il Giappone su 134 Paesi considerati.
L’eguaglianza tra le donne e gli uomini rappresenta uno dei principi fondanti sanciti dal diritto costituzionale e comunitario.

Una delle cause della grave crisi del nostro Paese va ricercata anche nell’eccesso di politiche di rigore finanziario imposte dall’Europa ai Paesi più deboli. Per stimolare il ritorno ai consumi occorrono politiche economiche e monetarie espansive. Servono inoltre politiche che contribuiscano a liberalizzare quei settori di mercato ancora bloccati da rendite di posizione inaccettabili, come farmaci, carburanti e professioni.

Cooperare è garantire buon lavoro. La questione del lavoro s’intreccia, condiziona e qualifica il tasso di democrazia di un Paese dal momento che contribuisce a definire l’essere non solo materiale delle persone, ma anche il loro sistema di relazioni, il grado di utilità individuali e collettive, la percezione e la stima che ognuno di noi ha di sé e che gli altri hanno di noi. Ma quando il lavoro da diritto diventa privilegio sono in gioco la democrazia e la coesione.
La quota di giovani disoccupati è di circa il 42% nel nostro Paese; e quando il lavoro c’è, è prevalentemente precario. Così stiamo minando, prima ancora del futuro, la democrazia. Non c’è altro Paese in cui il rischio di perdere o di non trovare occupazione sia così elevato e concentrato sui giovani. Un Paese che lascia loro un fardello di debito pubblico pesante come il nostro senza restituire lavoro e fiducia è incapace di futuro.

Cooperare è, quindi, intergenerazione.
Dobbiamo avere l’onestà intellettuale di riconoscere che, nel momento in cui ci troviamo senza un adeguato ricambio, è perché non abbiamo saputo coltivarlo. In un Paese con un elevato tasso di disoccupazione giovanile diventa etico non perseverare con incarichi (anche multipli) a persone pensionate da tempo, ma agevolare percorsi di carriera ai giovani, che a loro volta lasceranno spazio a nuovi ingressi. Deve diffondersi una nuova “ecologia dello sviluppo” (Fitoussi) in cui prevalenti sono la cultura e la competenza, il valore del capitale umano e sociale. Del buon impiego e della occupazione qualificata.
L’Italia deve tornare a essere un paese per giovani.

Cooperare è lavorare insieme e portare il proprio contributo per un’Europa nuova e più forte, che sappia contemperare potere politico democratico e potere economico; che metta la crescita al centro delle sue priorità e non unicamente il rigore. Serve, infatti, a tutti, anche alla cooperazione, una Europa politica, economica e sociale, in grado di governare con poteri analoghi a quelli di uno Stato sovrano e capace di avere un ruolo di grande “economia sociale di mercato altamente competitiva”. Ci auguriamo che la spinta antieuropeista, che pericolosamente ha ripreso a soffiare, non trovi terreno fertile, giacchè siamo convinti che il nostro futuro non potrà essere fuori dall’Europa e dal progetto degli Stati Uniti Europei.

«La principale risorsa della cooperazione è rappresentata dalle persone che ne fanno parte. Ogni cooperativa deve valorizzarne il lavoro, stimolarne e riconoscerne la creatività, la professionalità, la capacità di collaborare equamente insieme per il raggiungimento del bene comune».

(Carta dei Valori Guida della Cooperazione)

CAMBIARE

Il cambiamento è la coerenza a ciò che vogliamo essere e a ciò che vogliamo lasciare alle future generazioni.

La Comunità è il luogo che ci precede e che diventa vitale al nostro progresso; è il luogo in cui le relazioni distinguono e connotano lo sviluppo che dipende da Noi se rendere buono o non buono, se rendere sostenibile o non sostenibile. Il PIL (valore totale di beni e servizi prodotti in un paese) tratta ogni transazione economica come positiva anche quando non lo è; allo stesso tempo non distingue tra ciò che produce benessere e ciò che lo diminuisce. In questo non distingue chi crea lavoro da chi crea buon lavoro; chi fa impresa da chi fa buona impresa; chi è coerente ai principi sanciti dalla Costituzione e dalle politiche europee che pongono il diritto al lavoro, all’istruzione, all’equità e alle pari opportunità come elementi primari di sviluppo rispetto a chi se ne sottrae. Chi crea un mercato giusto da chi no.

Onestà, moralità e coesione sono i primi elementi da cui ripartire per cambiare in termini evolutivi; con cui riqualificare il nostro stare sui mercati, orientando le scelte della politica e promuovendo un modello di sviluppo diverso, con al centro le persone. Per questo l’agenda europea deve ripartire facendo del benessere il dato qualitativo del PIL. La salute, l’istruzione, l’inclusione, la sostenibilità, la sicurezza, l’ambiente, la cultura sono indicatori economici di sviluppo.

«Sviluppo e diritti, globalizzazione e Comunità sono i quattro lati di una figura geometrica che ha bisogno di essere ridisegnata, anche da noi, non per renderla più stretta, ma per tracciarne il perimetro con linee nette e per verificare meglio cosa salviamo, cosa ci mettiamo dentro di nuovo e cosa togliamo di vecchio. Tra le cose da salvare ce ne è una che ci dice che la crescita non va separata dai diritti, ma che anzi la prima alimenta i secondi».

(Conferenza “Il lavoro in cooperativa”, Bologna 2012)

È importante, quindi, capire chiaramente dove siamo per ripartire con un progetto che non ci faccia più retrocedere, perché nessuno ci regalerà il futuro. Bisogna aggregare ciò che è diviso sapendo che in Italia di grande non c’è neppure chi si crede tale. Grandi siamo quando riusciamo a pensare in grande.

Il progetto che proponiamo e per il quale c’impegneremo è consolidare la nostra Università, incrementare la formazione e la cultura; valorizzare le opportunità ambientali dando loro una dimensione urbana, dove non si vivono periferie ma solo centro. Il centro urbano non è un perimetro ma un sentimento.
Consolidare la nostra sanità, la ricerca; cosí come fare della cultura un’industria e dell’innovazione un moltiplicatore di qualità produttiva devono diventare obiettivi raggiungibili. Non sarebbe un lavoro compiuto se perdessimo la grande opportunità di coniugare questo patrimonio in un unico progetto che coinvolga quel contesto economico, sociale e infrastrutturale più ampio che qualifica il nostro essere Romagna all’interno di una Regione di eccellenza per il Paese. Qui è fiorita l’industria turistica più importante del mondo; l’industria agro-alimentare tra le più rilevanti d’Europa; un tessuto industriale comunque sano e radicato; un welfare tra i più efficienti d’Europa. A livello infrastrutturale il porto di Ravenna, il più importante scalo dell’Adriatico Centrale; grandi ospedali; l’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei tumori; l’acquedotto fra i più grandi d’Italia.

Non crediamo, e lo abbiamo dimostrato nei fatti, che la definizione di un confine sia la soluzione dei problemi. Se essi esistono, la loro soluzione dipende innanzitutto dalla sensibilità e dalla intelligenza di percepirli e poi dalla volontà comune di affrontarli e superarli.

Auspichiamo una visione comune dell’insieme, nella convinzione che eccellenze e debolezze, efficienze e inefficienze se non si affrontano unitariamente indeboliscono tutti, perché indissolubilmente e irrimediabilmente appartengono a tutti.

Tra l’Emilia e la Romagna bisogna sviluppare un progetto comune di riorganizzazione sociale che corrisponda alle esigenze dell’insieme e non delle singole realtà. Solo in questo modo il dibattito sarebbe sottratto alla noia delle dispute geografiche e storiche e tutti gli interlocutori sarebbero costretti a misurarsi apertamente, senza reticenze e senza alibi. Il vantaggio diventerebbe generale. La Romagna con un’Emilia debole sarebbe svantaggiata; stessa cosa accadrebbe al contrario.

È questo il momento per la politica di ridefinire senza indugi gli equilibri di questa Regione che solo unita può competere in Italia e in Europa.

Le nostre analisi e le nostre proposte perderebbero di credibilità se per primi, come cooperazione, non affrontassimo le nostre criticità a viso aperto e senza riserve. Nel nostro mondo non devono essere riconosciuti interessi prevalenti o tutele speciali premiate dalla dimensione dell’impresa. Rappresentiamo le aziende, siano esse grandi o piccole, perché rappresentiamo i soci. E tutti i soci, in egual misura, hanno identici diritti e identici doveri. Dobbiamo essere consapevoli che nella vita di ogni cooperativa si rispecchia la vita delle altre.

L’Alleanza delle Cooperative Italiane è un atto di coerenza a tutto ciò. L’unificazione delle tre Centrali vuole mettere a disposizione dell’intera società italiana un soggetto nuovo, forte non solo di importanti strumenti economici, ma anche di patrimoni culturali e valoriali che sono propri dell’intera cooperazione. Un soggetto sostenibile nel suo approccio imprenditoriale, solidale e mutalistico. A livello romagnolo occorre accelerare il percorso per realizzare, coerentemente agli impegni assunti a livello nazionale, l’ACI Romagna.

«La mutualità, la collaborazione, l’aiuto reciproco sono i principi su cui si basa la cooperazione. Non serve guardare altrove perché questo è ciò che serve per la ripresa. Non occorre inventarsi nulla. Questi sono i principi di sempre».

(Amartya Sen)

 

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