La “Strocchi”, un ritrovo per la comunità

Qui il 22 dicembre 1946, costruita con il contributo ed il lavoro di tanti compagni e compagne e cittadini, venne inaugurata da Palmiro Togliatti la sezione PCI intitolata a Celso Strocchi, caduto per la libertà d’Italia. Così racconta la targa realizzata da una mosaicista e visibile di fronte all’ingresso del grande edificio che in via Maggiore, a Ravenna, da oltre 70 anni racchiude importanti capitoli della storia politica, culturale e sociale della città. «La Casa del Popolo fu costruita con il contributo e il sostegno volontario di tantissimi iscritti e simpatizzanti, negli anni ‘50 ci fu persino una famiglia che donò una grossa cifra dietro la semplice promessa che sarebbe stata restituita nel tempo», ricorda Guido Ceroni, presidente dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Ravenna, già funzionario di partito e amministratore pubblico, curatore del saggio I giorni della «Strocchi». Vita di una sezione da Togliatti al partito democratico insieme ad Andrea Baravelli, Danilo Montanari e Sergio Totti. «Sorgeva allora nel cuore di Borgo San Biagio, uno dei quartieri popolari e operai della città, appena fuori le mura ai lati della via che da Faenza porta al centro. E’ stato un centro di vita politica importante che ha seguito la parabola del Pci e sin da bambino ne ho sentito parlare semplicemente come della ‘Strocchi’: per noi che vivevamo a 200 metri dal centro, le Case del Popolo erano quelle di campagna. Mio padre frequentava la sezione del partito e il bar-caffè che era splendido e amplissimo per l’epoca, con biliardo e tavoli per il mah-jong, che era in gran voga a Ravenna».

Fucina politica, luogo di cultura e socializzazione, con la sua ricca biblioteca di saggi, romanzi e gialli, la sala da ballo e per le assemblee, sede della società sportiva “Rinascita”, la Strocchi è stata ritrovo quotidiano per generazioni di ravennati. «La locale sezione del Pci arrivò ad avere oltre 500 iscritti e nel momento della maggiore espansione si diede vita ad ulteriori sezioni. Con la crisi della politica dalla fine degli anni ‘70 e poi del Pci ci fu invece un moto contrario di riaccentramento. La Strocchi era punto di riferimento per un gruppo dirigente importante, come testimoniava anche la sala del comitato direttivo, arredata con un grande tavolo circolare di legno scuro che poggiava su piedi che raffiguravano dei fasci littori. Alle pareti, ritratti di Lenin e Stalin. Dopo il ‘68 noi giovani chiedemmo la rimozione di quello di Stalin, ma senza successo. Si dovette arrivare al 1991 e al ‘furore iconoclastico’ che seguì lo scioglimento del Pci: i ritratti scomparvero, ed è un peccato perché erano le testimonianze di un’epoca».

Tanti i ravennati di spicco che animarono la vita della sezione, come Ferruccio Fanti, che nel 1991, finito il Pci, se ne andò “rumorosamente”, o come Pierpaolo D’Attorre, ex sindaco di Ravenna e docente di storia contemporanea a Bologna, iscritto al Pci nel 1972 proprio alla Strocchi (a lui è dedicato oggi il locale circolo del Partito democratico).

L’evoluzione della Casa del Popolo seguì non solo quella del Partito comunista, ma anche più in generale quella della società italiana. Ceroni lo esemplifica con un aneddoto famigliare: «Gli anni di maggiore frequentazione furono quelli fino al 1960 circa: nel 1954 iniziò la tv. Mio padre era iscritto dal 1945 ed era uno di quegli uomini che ogni sera andavano alla Strocchi, ma nel 1962 comprammo il nostro primo televisore e non si schiodò più di casa». L’edificio oggi è stato in parte alienato, mentre la grande sala delle assemblee politiche che ospitò per decenni anche balera, dancing e discoteca è stata ristrutturata negli anni duemila come una grande piazza per ospitare eventi e incontri. A differenza di altre Case del Popolo, la Strocchi non nacque come cooperativa, ma è sempre stata proprietà della società “Nuova Rinascita”. «Fu una scelta strategica per l’epoca: si veniva dal ventennio fascista e una società privata a tutti gli effetti preveniva rischi di confische e requisizioni», conclude Ceroni.

Giorgia Gianni

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