Legacoop Romagna cambia le regole del gioco

Un obiettivo ambizioso, condiviso con le cooperative: dare una dimensione nuova alla rappresentanza d’impresa, che sappia cogliere le sfide di un’economia profondamente cambiata superando i campanilismi. Giancarlo Ciaroni, presidente di Legacoop Rimini, traccia le linee dell’operazione che ha fatto nascere Legacoop Romagna: «Le associazioni di impresa devono ripensare se stesse, se vogliono continuare ad avere un ruolo per la crescita del territorio»

 

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La sfida più grande? Portare verso il futuro il movimento cooperativo,  mantenendo intatto il suo patrimonio di valori e di ideali. E per farlo serve una massa critica superiore a quella delle vecchie province. Così Giancarlo Ciaroni, presidente di Legacoop Rimini, riassume il percorso che ha portato alla nascita di Legacoop Romagna dopo dodici mesi di incontri e discussioni.
Un anno è un tempo molto breve per portare a fusione tre delle principali Legacoop italiane. Come ci siete riusciti?
Ce lo hanno chiesto le cooperative e hanno condiviso tutto il percorso. Senza un livello molto alto di partecipazione e di fiducia questo non sarebbe stato possibile.
La Romagna è la terra dei campanili: non avete paura delle rivendicazioni territoriali che da sempre frenano la crescita di questo territorio?
Altro che campanili: il movimento cooperativo ha già compiuto molte operazioni di sistema a livello Romagna. L’ultima è quella che ha coinvolto le agenzie assicurative, ma ne ho in mente molte altre.
Ci sono già state aggregazioni importanti, perché ormai il livello minimo per confrontarsi con il mercato è cresciuto, anche dal punto di vista territoriale. Ora il tema è far sì che le cooperative più grandi possano aiutare quelle meno strutturate a confrontarsi con una dimensione meno limitata. Del resto il periodo che sta attraversando l’economia è noto a tutti.
Che scenari vi trovate davanti?
La fase che ci troviamo di fronte è di lungo periodo, questo è certo. Le regole del gioco sono cambiate. In questo quadro anche le associazioni di impresa devono ripensare se stesse, se vogliono continuare ad avere un ruolo per la crescita del territorio.
Che obiettivi vi date?
Non dobbiamo perdere la qualità e la capacità di rappresentanza che ci sono sempre stati riconosciute. È una scommessa doppia: avere un livello associativo al passo con i tempi e migliorare la capacità di venire incontro ai bisogni delle imprese. Non dimentichiamo che la cooperazione, storicamente, presidia settori “maturi”.
Cosa intende dire?
Il modello economico che tutti abbiamo conosciuto, basato sulle energie fossili e su uno sviluppo costante dei consumi è giunto al termine. Si sta parlando sempre più di “terza rivoluzione industriale” e noi dobbiamo essere in grado di entrare in questo processo che richiede capacità di innovazione costante, supportando le imprese nel cambiamento. In questo siamo avvantaggiati perché la salvaguardia delle risorse, la tutela del territorio e in generale tutto quello che entra sotto il largo ombrello della “green economy” è già nel Dna delle cooperative.
Come pensa evolverà il rapporto tra i cittadini, le imprese e lo Stato?
Sono convinto che dovremo abituarci ad avere una pubblica amministrazione meno presente nella vita dei cittadini, perché le risorse pubbliche sono in costante calo. Allo stesso tempo bisogna continuare a tutelare i cittadini nei loro diritti fondamentali e garantire i principi iscritti nella Costituzione.
Che ruolo giocheranno le cooperative in questo contesto?
Io credo che le cooperative siano lo strumento ideale di partecipazione per andare oltre la crisi, ma serve una scelta convinta in direzione della sussidiarietà, non solo nella gestione, ma anche nell’ideazione dei servizi pubblici, così come avviene in Gran Bretagna e nel Nord Europa. Le cooperative hanno la competenza e la capacità necessarie per intervenire anche nelle attività più sensibili che riguardano la salute, il welfare, l’ambiente, l’educazione. E non parlo solo delle cooperative sociali, che pure vanno difese nella loro specificità.
Cosa dice ai nostalgici che ancora si rivolgono a voi come “cooperative rosse”?
Gli dico quel che gli ho sempre detto: che non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Veniamo da una storia di grandi ideali, quella del Novecento, che non rinneghiamo; ma ormai è da un quarto di secolo che siamo andati oltre e ora navighiamo in mare aperto, in assoluta autonomia.  Sappiamo che dobbiamo fare di più, perché le cooperative ce lo chiedono, ed è per questo che teniamo ben presente l’obiettivo finale, che è l’ACI.
Parliamo allora di Alleanza delle Cooperative Italiane. A che punto siamo a livello Romagna?
I nostri “cugini” e le altre associazioni cooperative stanno verificando le condizioni per un confronto che vada oltre l’ambito provinciale. Noi siamo pronti e personalmente auspico che anche in Romagna si possa concretizzare presto il progetto che dal 2014 vedrà la nascita della federazione  a livello nazionale.
Cosa si attende da questa nuova avventura?
Sono estremamente fiducioso, perché il confronto che abbiamo portato avanti ha visto crescere oltre che un’adesione convinta al progetto anche un gruppo di persone e di funzionari che condividono un’età media molto giovane e una forte determinazione. Hanno dimostrato di essere capaci e di volere lavorare insieme, credo che non si lasceranno sfuggire l’occasione di fare bene in un progetto che li pone al centro della scena nazionale.

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