Nuova sede per la cooperativa Tragitti

Cambio di sede per Tragitti, cooperativa sociale che rappresenta un punto di riferimento per il mondo della riabilitazione psichiatrica, non solo in Romagna. I nuovi uffici si trovano in via Decio Raggi e occupano un centinaio di metri quadrati. «Abbiamo deciso di investire in una sede di proprietà, abbandonando l’affitto precedente», spiega la presidente, Patrizia Turci. La incontriamo nel suo nuovo ufficio ed è l’occasione per affrontare alcuni temi che le stanno a cuore. «Riprendendo Basaglia, noi vogliamo che il territorio sia il luogo della cura», spiega.

 

 

Tragitti, del resto, nasce nel 1991 da un’esperienza di volontariato e associazionismo di familiari di sofferenti psichici, sulla scia delle idee del grande psichiatra italiano. Teoria e pratica Teoria e pratica della deistituzionalizzazione che oggi più che mai sono sotto attacco. «Le recenti dichiarazioni del ministro dell’Interno Salvini su una presunta esplosione di aggressioni da parte di pazienti psichiatrici sono non solo false, ma pericolose, perché sembrano legittimare posizioni che vogliono riportarci indietro di un secolo». Superare la 180? «Non c’è bisogno di nuove leggi, ma di fondi per potenziare la rete dei servizi. Ho l’impressione che qui l’obiettivo non sia migliorare, ma creare un clima e una società in cui la diversità non sia contemplata, che sia l’immigrato oppure il paziente psichiatrico».

 

 

Il “matto” fa ancora paura, quindi? «Chi soffre di un disagio psichico è una persona come un’altra, quello che fa davvero paura è che la politica ormai parli alla pancia delle persone per cercare consenso». Cosa servirebbe invece? «Che le istituzioni, come si fa in molti casi da noi, si rendessero conto che le differenze tra l’ente pubblico e la cooperazione sociale sono una grande risorsa per il welfare se si lavora insieme, perché il risultato è superiore alla somma degli addendi. In questo, senza nulla togliere agli altri dipartimenti, il territorio di Imola è particolarmente all’avanguardia, probabilmente anche per motivi “storici”. Sono i valori condivisi, che portano pubblico e privato sociale a costruire percorsi di salute mentale che funzionano». E l’impatto delle strutture nei quartieri? «Lavorando a stretto contatto con la comunità non abbiamo mai avuto nessun problema, quando la gente ci conosce da vicino capisce cosa stiamo facendo. Per vincere l’odio dei social serve questo: incontrarsi».

Emilio Gelosi

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