Romagna Musica, lo spettacolo in cooperativa

Chiasmo facile: Luigi Pretolani è un musicista classico, ma non è il classico musicista. Basta passare un quarto d’ora insieme per capire che le frecce al suo arco – anzi al suo archetto, è un violoncellista diplomato – sono davvero tante e che si muove senza soluzione di continuità dal diritto del lavoro comparato alla fisiologia del suono, dal linguaggio per la fatturazione elettronica alle sue passate collaborazioni con Riccardo Muti «Un evento di spettacolo è talmente trasversale, ampio e allo stesso tempo specifico che occorre aggiornarsi sempre».

Maturità scientifica al Liceo Fulcieri, da cui viene buona parte della classe dirigente di Forlì («con l’inglese che imparai a scuola oggi ci lavoro»), Conservatorio a Firenze, nel 1996 Pretolani è tra i fondatori dell’orchestra Bruno Maderna di Forlì, a cui nel 1998 segue la cooperativa Romagna Musica come braccio commerciale. Subito dopo si forma come manager di imprese culturali e la cooperativa decolla diventando una delle principali realtà europee del suo campo: la gestione dei progetti di spettacolo diventa il core business e il fatturato 2017 decolla a 3,5 milioni di euro. Nel 2009, per capire il tasso di crescita, il giro d’affari era attorno ai 300mila euro. L’elenco dei partner è da capogiro: Festival di Salisburgo, Opera di Parigi, Teatro alla Scala, Fenice di Venezia, Regio di Torino, English Chamber Soloists e si potrebbe continuare a lungo. «Siamo ultraspecializzati nella musica antica, ci collochiamo in una fascia molto alta». Nel 2017 Romagna Musica ha gestito quasi 260 produzioni, tra i 15 e i 25 concerti al mese, 67 produzioni all’estero. «La sede è a Forlì, anche se lavoriamo in tutta Italia e facciamo cose di dimensione ormai continentale. Perché in Romagna e non a Milano? Perché qui si vive bene: volevo che mia figlia crescesse qui». I soci sono 5, tutti ex musicisti, e poi c’è l’amplissimo parco di artisti con cui Romagna Musica lavora, in Italia e nel mondo. Strano a dirsi, l’attività si è sviluppata soprattutto nel periodo della crisi. «Più il PIL scendeva e più c’era un aumento esponenziale della burocrazia».

 

C’è un disegno dietro? «Non posso fare a meno di chiedermelo, anche se paradossalmente ne abbiamo beneficiato». Romagna Musica, infatti, rappresenta il cosiddetto “ente gestore”, quella figura che non appare, invisibile e mitica, e si pone tra l’ente organizzatore, la compagnia e il pubblico, facendosi carico della complicazione amministrativo-burocratica. «In sintesi: risolviamo i casini».
C’è un problema di leggi? «Il problema non è mai della legge singola, che presa di per sè ha un proprio senso e coerenza, il problema è la sovrapposizione. Quando il manager di una grossa orchestra tedesca viene in Italia e gli spiego che ci sono diverse possibilità di fare la stessa cosa, di solito va in tilt. E poi ci sono le complicazioni folli».
Per esempio? «Un quartetto d’archi viene trattato come un concerto dei Pink Floyd. Capisco che un’americana di luci con 300 quintali di fari vada certificata da un ingegnere, ma se ho due fari da 15 chili è assurdo. Per organizzare uno spettacolo all’aperto bisogna attivare procedure esponenziali rispetto a 5 anni fa. Di fatto senza vantaggi per lo spettatore. Si pagano professionisti che a loro volta pagano le tasse: la moltiplicazione delle carte è una forma di tassazione indiretta».
Ma all’estero è diverso? «La complicazione burocratica è diffusa in tutta Europa, ma la logica italiana è impossibile da capire all’estero, perché tutto può essere sia carne che pesce a seconda dell’interpretazione. Il nodo focale non è rispettare le leggi, perché è oggettivamernte impossibile, ma costruire un’architettura logica che giustifichi le azioni e che sia intellegibile dagli enti di controllo». Chi di recente ha avuto a che fare con la nuova normativa europea sui dati personali, il famigerato GDPR, sa di cosa parla Pretolani. «La chiave del nostro lavoro è decidere l’impostazione e prendersi delle responsabilità. Da appassionato di teoria dell’organizzazione posso dire che non è un modo sano per gestire l’economia».

Emilio Gelosi